Mortu s'ortolanu, isperdiu s'ortu

26 Luglio 2021 by Articoli di partito 1246 Views
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Dopo il disastro del grande incendio che ha colpito negli scorsi giorni il Montiferru, si è letto di tutto in merito a cause e responsabilità. Dato che la nostra conoscenza procede per tentativi e correzioni, mettere in evidenza gli errori è essenziale, per evitare che catastrofi come questa si ripetano.

Proviamo quindi a fare un ragionamento globale su come sta andando la cura del paesaggio in Sardegna nel corso degli ultimi governi regionali. Il fuoco e l’acqua sono degli agenti naturali che modificano profondamente il paesaggio. Il fuoco determina spesso in modo drastico l’evoluzione dei paesaggi, perché non solo modifica la composizione e la distribuzione delle specie vegetali ma eliminando la copertura boschiva lascia spazio all’azione dell’acqua. Le montagne spogliate dagli alberi sono ancora più vulnerabili nel processo di erosione a monte e di trasporto solido a valle esercitato dall’acqua.

Il fuoco al pari dell’acqua esercita la sua azione sul paesaggio da sempre, anche senza intervento umano. Nel 1988 nel vasto parco nazionale americano dello Yellowstone, un fulmine innescò un incendio di dimensioni enormi, che rimase acceso per due mesi. L’incendio venne favorito dal clima caldo e secco e dalla quantità enorme di materiale combustibile accumulatosi, come rami e tronchi secchi e sterpaglie. I forestali americani decisero per quella volta di lasciar fare alla Natura e sorprendentemente la gran parte della foresta sopravvisse, anzi ne uscì ripulita dagli accumuli di materiale secco infiammabile e in breve venne rinnovata dallo sviluppo di una nuova vegetazione.

Nella gran parte dell’Europa e in Sardegna, i processi naturali innescati dal fuoco e dall’acqua entrano naturalmente in conflitto con le attività umane, perché il bacino del Mediterraneo è fin dall’antichità una delle regioni al mondo più trasformate e più abitate dall’uomo. Di fronte alle calamità naturali le nostre priorità sono la salvaguardia dei nostri averi e delle nostre vite, quindi uno degli aspetti più vistosi e spettacolari, radicato negli ultimi decenni, è quello dello spegnimento degli incendi ogni qualvolta questi si verificano. Ultimamente stiamo assistendo a cambiamenti climatici che creano condizioni sempre più ideali per l’innesco e la propagazione degli incendi, che trovano sempre più alimento dalle sempre maggiori quantità di materiale infiammabile, che un tempo veniva ripulito dall’uomo quando la sua presenza sulle aree rurali era molto più capillare. È sotto gli occhi di tutti l’abbandono delle campagne e delle montagne causato da un travaso di popolazione verso le grandi aree urbane, causato dalle scelte economiche e politiche. Il paesaggio non riceve più la manutenzione accurata e locale che aveva un tempo e il problema è riscontrabile in molte parti d’Europa.

Con questa concorrenza delle variazioni climatiche e dell’abbandono delle aree rurali, diventa sempre più difficile dominare gli incendi dopo che il fuoco è acceso, perché possono diventare molto intensi a causa di tutto il materiale combustibile presente a terra ed essere alimentati e propagarsi rapidamente per il vento impetuoso, come è successo sul Montiferru. Gli addetti ai lavori su stanno orientando altrimenti e indicano come strategie vincenti quelle volte alla cura preventiva e alla manutenzione del paesaggio. Non possiamo controllare le condizioni ambientali, che diventano spesso sempre più sfavorevoli. Però possiamo cercare di ridurre il carico di incendio dei luoghi eliminando tutti i materiali infiammabili tramite una pianificazione saggia basata su un ragionamento globale di lunga durata. Curare il paesaggio richiede organizzazione e razionalità sia da parte delle istituzioni e sia da parte di noi singoli cittadini. Tutti noi siamo corresponsabili e la ricerca di un capro espiatorio da sottoporre alle punizioni indicate dalla Carta de Logu, che avevano la loro efficacia nel contesto storico-sociale in cui venivano applicate, non aiuta ad evidenziare gli errori commessi.

L’incendio può essere innescato da un fulmine, da un guasto elettrico, da un’auto che prende fuoco per un’avaria (è il caso successo a Bonarcado un paio di giorni fa), da una persona che butta un mozzicone di sigaretta acceso o anche dal famigerato piromane. Gli incendi di questi giorni in Sardegna sono stati favoriti da condizioni ideali per il loro sviluppo, come temperature elevate, aria molto secca e vento forte. A prescindere dalle cause del suo innesco, il fuoco dovrebbe esser messo in condizioni di non potersi propagare, cercando nel corso degli anni di adottare tecniche ed opportuni comportamenti basati sulla valutazione del rischio di incendio.

Le incessanti piogge dello scorso inverno hanno prodotto uno sviluppo veramente abbondante di erbe e sterpaglie. Pulire i bordi delle strade, predisporre fasce tagliafuoco tra terreni adiacenti e attorno agli edifici sono alcune delle tecniche di prevenzione. Tutti noi abbiamo visto che i nostri orti alla periferia dei centri abitati, solo dopo poche settimane di abbandono, si sono trasformati in “malesas” cioè grovigli impenetrabili di vegetazione con conseguenti accumuli di materiale combustibile pronto ad infiammarsi e a favorire l’ingresso dell’incendio dentro i centri abitati.

“Mortu s’ortulanu, ispèrdiu s’ortu” solevano dire i nostri antenati, cioè senza qualcuno che si prenda cura dei luoghi, questi non possono che andare in malora e tutti noi vediamo quali siano le conseguenze dello spopolamento delle zone interne, causato dalla mancanza di lavoro e di prospettive di sviluppo per sé e per i figli, aggravato dal taglio dei servizi essenziali per chi resta. Senza più abitanti come un tempo, il territorio è abbandonato a sé stesso e non riceve una manutenzione puntuale. Si fa fatica anche a trovare operai a pagamento per decespugliare i terreni. Tutto ciò diventa poi drammaticamente evidente quando si verificano i disastri.

Non possiamo riversare il nostro odio contro il piromane e invocare l’intervento dell’esercito e chiedere più aerei per spegnere gli incendi quando il disastro è in corso. La tendenza è stata finora di lasciare che le aree rurali venissero abbandonate, perché tutti gli interessi sono stati concentrati sulle coste e sul turismo stagionale, svuotando l’interno. Le tecniche di prevenzione di questi disastri sono favorite laddove la popolazione è presente e motivata e naturalmente ancora numerosa, è infatti un problema di sicurezza in tutte le regioni dell’Europa che presentano caratteristiche simili alla Sardegna.

Per ottenere risultati bisogna pensare al paesaggio come un sistema integrato di biodiversità, di cultura, di abitazione ed economia sostenibili. Bisogna invertire la tendenza e fermare l’abbandono dei territori, non solo evitare che diventino delle “malesas” ma anzi far tornare produttivi i nostri boschi per renderne economicamente sostenibile la manutenzione prelevando il legno e il materiale in eccesso come avveniva un tempo, mettere in definitiva gli abitanti nelle condizioni di poter restare. Altrimenti continueremo a perdere i nostri luoghi.

Antonio Forma
(Docente nei licei, ingegnere civile e studioso dei paesaggi Sardegna)