Il medico di campagna: s'untza e su cantare

05 Agosto 2021 by Articoli di partito 4034 Views
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“The Country Doctor” (Il Medico di Campagna) è il titolo di un famoso reportage che la rivista LIFE commissiono nel 1948 a William Eugene Smith,

considerato il più grande fotoreporter del XX secolo, sempre molto impegnato nei temi etici e sociali. Smith descrisse con magnifiche foto in bianco e nero il lavoro di un medico di medicina generale, che abbandonata l’idea di lavorare in città, prese incarico di assistere i 2000 abitanti di una piccola cittadina sperduta nella vastità della campagna degli Stati Uniti. Questo servizio impressionò l’opinione pubblica americana, in un periodo, terminata la Seconda Guerra Mondiale, in cui scarseggiavano i medici di medicina generale. Il medico appare nel saggio fotografico di Smith come una figura epica, un professionista poliedrico e proteiforme in grado di affrontare le difficoltà del suo incarico con competenza e dedizione, secondo un approccio non solo scientifico ma anche basato sulla fiducia e sull’empatia per il paziente. In sostanza l’approccio del medico americano immortalato da W.E. Smith è lo stesso dei nostri medici che operano nei nostri paesi dell’interno della Sardegna. Anche noi oggi abbiamo le stesse difficoltà a trovare medici disposti a venire nelle nostre piccole realtà, in generale i medici scarseggiano: siamo ad un cambio epocale dal quale rischiamo di essere travolti. Prendendo spunto dal servizio di LIFE vorrei fare un piccolo reportage, senza immagini ma come narrazione, sul ruolo determinante che il medico di medicina generale ha nella nostra vita quotidiana. Vorrei trarre spunto da alcuni episodi degli ultimi mesi di vita di mio padre Sebastiano, sorpreso da una breve ma incurabile malattia ancora nel pieno delle forze e della sua inesauribile voglia di andare avanti e di vivere intensamente, qualità che accomunava le persone nate attorno alla Seconda Guerra Mondiale.

I primi sintomi.
Nel corso della sua vita Tatanu molto difficilmente aveva l'abitudine di lamentarsi. Alla fine dello scorso inverno cominciò ad avvertire dolori sempre più intensi al fianco sinistro. Fuori discussione andare in pronto soccorso, in TV e sui giornali le notizie frequenti di come stavano andando le cose all’ospedale di Nuoro erano veramente allarmanti. Mio padre fu il primo abitante di Sarule a ricevere la prima dose di vaccino a inizio marzo, era quindi relativamente tranquillo, ma interi reparti del San Francesco erano stati smantellati per accogliere i malati di covid. Un ricovero a Nuoro era fuori discussione e le eventuali visite nella struttura pubblica comportavano tempi di attesa dell’ordine dei mesi.
Decidemmo per guadagnare tempo di fare le visite in privato a pagamento, con il coordinamento della nostra dottoressa di medicina generale. La paralisi delle strutture pubbliche comportava che la gente si riversasse in massa nelle strutture private e complici le procedure legate alla prevenzione dei contagi del covid, anche pagando, bisognava attendere 2-3 settimane per esser visitati.
I dolori di mio padre aumentavano e lui non poteva più alimentarsi normalmente. Il cibo veniva rigettato e dal colore del vomito la nostra dottoressa cominciò ad intuire un problema molto serio all’intestino nella parte ileale, cioè poco a valle dello stomaco. Allora lei gli preparò una dieta accurata. Prima di esser schiacciata dalle incombenze degli ultimi quattro anni della sua professione, nelle due laboriose sedi di Sarule ed Ottana, la nostra dottoressa era rinomata anche come dietologa. La dieta aiutò moltissimo mio padre, che seppure debilitato si riprese rapidamente al punto che tornò ai suoi lavori. Era un esperto artigiano fin dal 1954, come d’abitudine: andò a falciare l’erba nell’oliveto, stuccò i muri di pietra del nostro orto periurbano, tagliò e montò un soppalco in legno in casa nostra utile per la manutenzione del fumaiolo della caldaia.

La diagnosi.
Finalmente mio padre cominciò a fare le visite specialistiche a pagamento e grazie ai riscontri strumentali la nostra dottoressa cominciava a circoscrivere con precisione il problema andando per esclusione.
I lettori perdoneranno se dovrò essere un poco tecnico, è per far capire quanto furono delicati certi passaggi. La nostra dottoressa si trovò a interpretare criticamente tutti i referti, fu molto scrupolosa al punto che corresse l’indicazione del gastroenterologo e individuò l’errore dell’ecografia all’addome. Il gastroenterologo aveva ipotizzato che si trattasse di un blocco intestinale, una costipazione di origine alimentare, per cui consigliava cicli di clisteri e farmaci per favorire il transito intestinale. La dottoressa invece, conoscendo mio padre, che aveva un fisico d’atleta e si alimentava come uno sportivo, consapevole dello stato di disidratazione causato dal vomito, vietò a mio padre clisteri e lassativi.
Ne discutemmo io e lei e concludemmo che non volevamo che mio padre facesse la fine dei soldati inglesi alla guerra di Crimea, come è noto decimati dalla disidratazione dovuta alla dissenteria. Trovai il ragionamento molto logico e chiaro. Tra tutte le indagini strumentali a pagamento fatte da mio padre, l’ecografia suscitò la perplessità della nostra dottoressa, perché trovò il relativo referto scollegato dai disturbi accusati da mio padre: “lo ho mandato per indagare sui dolori al fianco sinistro, loro si soffermano a descrivere solo la vescica!” e quindi, applicando il metodo della scienza, dubitando come Cartesio, mio padre rifece l’ecografia, questa volta ad Oristano, e sempre a pagamento.
L’ecografia fu accuratissima, durò un’ora (contro i 10-15 minuti di Nuoro) ed evidenziò immediatamente la natura del disturbo: una massa presumibilmente tumorale strozzava uretere e intestino, causando a mio padre i dolori insopportabili. Nel frattempo, lui era di nuovo peggiorato e una sera ebbe un malore e la nostra dottoressa gli salvò la vita in ambulatorio e decise di ricoverarlo immediatamente.
Compilato il foglio di ricovero con la cura, che quelli della mia generazione dedicavano alla tesi di laurea, la nostra dottoressa, in un colloquio telefonico con i suoi colleghi della Clinica del Rimedio di Oristano, spiegò l’urgenza della situazione e l’impossibilità di accedere alle cure a Nuoro, riuscendo a farlo accettare la sera stessa.
Grazie alla collaborazione tra la Clinica e l’Ospedale San Martino, i medici di Oristano confermarono la diagnosi: carcinosi peritoneale, purtroppo incurabile, che lasciava solo poche settimane di vita.

L’epilogo.
Mio padre venne operato in laparoscopia. Grazie al suo fisico atletico, a 85 anni aveva le forze di un sessantenne, e al suo proverbiale sangue freddo, mio padre superò l’operazione e, dimesso da Oristano, riprese a camminare e ad alimentarsi normalmente grazie alla riabilitazione presso la RSA di Macomer.
Mio padre descrivendone il modo di lavorare ebbe parole di ammirazione per il personale medico di Oristano, la loro organizzazione e bravura era paragonabile a una squadra di meccanici che con grande perizia intervengono su un’auto da corsa durante una gara, quando ogni istante è prezioso. Anche per il personale sanitario di Macomer espresse un giudizio estremamente positivo.
Di tutti mise in evidenza l’aspetto umano, la cortesia e l’empatia con cui era stato trattato. Nelle due ultime settimane di vita, a cinquanta giorni dall’operazione, venne trasferito al San Francesco di Nuoro per fare visite strumentali, dopo un malore, uno svenimento. Col San Francesco non si riusciva a comunicare con facilità, potevo andarci a giorni alterni, sembrava un ospedale da campo in tempo di guerra, al numero telefonico fornito a me e alla RSA di Macomer non rispondeva mai nessun medico. Dopo dieci giorni di risposte vaghe dovetti minacciare di andare dai Carabinieri a sporgere una denuncia: mi rispondevano che ciò era dovuto alle carenze di organico.
Io vedevo mio padre soffrire e non potevo accontentarmi di queste risposte. Al San Francesco mio padre non si trovò per niente bene, al punto che richiese l’intervento della nostra dottoressa per vedere come stava realmente e alla quale disse: “Portami via, qui sono molto lenti e male organizzati, non mi stanno curando bene e a volte hanno anche maniere brusche”. La nostra dottoressa fece osservare ai colleghi del San Francesco che mio padre stava morendo e che non stava a far niente nella confusione e nel sovraffollamento del reperto di Medicina fuso col reparto di Geriatria. Piuttosto era da riportare alla RSA a Macomer oppure all’Hospice delle cure palliative dello Zonchello a Nuoro.
Persino una operazione semplice come scrivere una relazione per il trasferimento del paziente in altra struttura, svolta in due ore all’Ospedale San Martino, al San Francesco richiedeva una settimana, perché nessuno poteva occuparsene subito. La nostra dottoressa, pur esprimendo piena solidarietà ai colleghi dell’ospedale, fece di testa sua: li scavalcò e, in qualche modo, dopo soli due giorni che era venuta in ospedale, mio padre fu sistemato all’Hospice dello Zonchello, dove spirò in poco più di 48 ore. L’ultima cosa che mio padre disse, prima di esser sedato a causa dei dolori: voleva ringraziare la sua dottoressa, per il suo intervento non solo determinante ma anche tempestivo, che gli risparmiò di morire tra sofferenze atroci.

S’untza e su cantare.
Mio padre in nessun momento della sua malattia ha mai messo in dubbio la bravura del singolo medico. Per uno come lui, abituato a decenni di lavoro, prima impegnato nella sistemazione delle strade statali, poi in cava e infine nel cantiere edile, era tutta una questione di organizzazione e di tecnica e anche di motivazione e di disciplina nel fare le cose.
“S’untza che ghettat su cantare” soleva dire mio padre, spiegando poi la metafora. L’oncia e il cantare sono antiche unità di misura sarde, la prima pari a un dodicesimo di libbra, il secondo a cento libbre; con una leva abbastanza lunga azionata dal peso di un’oncia si può rovesciare il peso di un cantare. Vale a dire che la tecnica e l’organizzazione sono determinanti, più delle capacità del singolo.
Nel mio racconto concitato emerge l’importanza del lavoro del medico di medicina generale tra la gente.
Molti però dicono che sia una figura obsoleta e vorrebbero sostituirla con i Centri della Comunità, sorta di poliambulatori da istituire, uno ogni 25 mila abitanti. Il medico di medicina generale è oggi paragonato all’oncia, schiacciato da incombenze di tutti i tipi, burocrazia, orario di ambulatorio, visite a domicilio, visite urgenti, malati cronici, tamponi, ecc. Denigrato da tutti, pur avendo il polso della situazione e quindi pur potendo promuovere miglioramenti del sistema, spesso non è ascoltato dai propri dirigenti. Quasi è considerato come un medico di serie B, come dimostrano le poche borse di specializzazione in Medicina Generale che vengono bandite ai pochi laureati e il cui valore è ridicolo rispetto a quelle di tutte le altre specializzazioni.
Non ci si stupisce che i giovani non vogliano fare questo lavoro. Difficile trovare sostituti, i giovani medici vengono pagati decisamente meglio se vanno a fare tamponi.
Eppure, il medico di medicina generale, messo nelle condizioni di fare propriamente il medico, potrebbe con efficacia erogare le prime cure alla popolazione, fare anzi da filtro indirizzando verso gli ospedali solo i pazienti che hanno reale necessità invece di intasare il pronto soccorso.
Ecco contestualizzato alla sanità il significato della metafora che un’oncia può rovesciare cento libbre: ciò che davvero importa è in primo luogo formare e poi sapere dirigere e organizzare e motivare il personale sanitario.
L’attitudine al sapere organizzare, da parte di chi governa, deve scaturire non da meri criteri economici ma dalla comprensione dei problemi quotidiani delle persone, dalla empatia e dal rispetto nei confronti di professionisti che svolgono un lavoro fondamentale e che ci accompagnano durante la nostra vita attiva e nella malattia e anche nei nostri ultimi giorni. Il medico di medicina generale è, purtroppo, una figura in via di estinzione: tra pochi anni centinaia di medici andranno in pensione e non potranno esser sostituiti perché non si è provveduto a formarne di nuovi, così centinaia di migliaia di sardi resteranno senza assistenza sanitaria.
Questo non è un fatto casuale ma è una responsabilità politica enorme degli ultimi governi, come farebbe il buon padre di famiglia nei confronti dei figli, bisognava essere previdenti e assennati.
Occorre porre subito rimedio, per evitare alle nostre piccole comunità la spinta finale alla catastrofe insediativa che stiamo già vivendo, tolto il diritto alla salute non ci resta più niente per continuare ad abitare i luoghi in cui siamo nati.